DaD: una questione semantica (e non solo)

Nel 2013 usciva il saggio del linguista israeliano Guy Deutscher La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà, nel quale, a partire dalla denominazione dei colori in varie lingue del mondo, si mostra come la lingua che parliamo possa avere un’influenza molto marcata sulle nostre percezioni. L’idioma di una nazione rispecchia la sua cultura e la sua modalità di pensiero anche nella classificazione linguistica delle sfumature cromatiche che cogliamo osservando il mondo che ci circonda. Le parole che usiamo rappresentano il nostro punto di vista sul mondo.

Proviamo a fare un piccolo esperimento linguistico con l’espressione Didattica a Distanza. In Italia per un percorso di studio erogato a distanza generalmente si usavano l’espressione Formazione a Distanza, indicata anche con l’acronimo FAD, oppure il prestito anglosassone E-Learning. Premesso che formazione a distanza ed e-learning non si riferiscono a concetti perfettamente sovrapponibili, è interessante notare che tali nomenclature siano entrambe riconducibili al campo semantico dell’apprendimento e della formazione. Il punto di vista scelto si riferisce a chi apprende a distanza o viene formato e non tanto – o, almeno, non soltanto – a chi assume il ruolo di formatore o eroga contenuti di apprendimento.

Nel DPCM del 4 marzo 2020 art. 1, comma g) si legge:

“i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”.

La parola didattica non lascia dubbi sul punto di vista scelto, l’etimologia stessa del termine – dal verbo greco διδάσκω (didàsko) «insegnare» – rivolge attenzione esclusivamente al docente. Se l’espressione formazione a distanza lasciava ancora aperta la possibilità di ricomprendere i due soggetti coinvolti, docente e discente, con didattica a distanza la centralità del docente è evidente.

La scelta delle parole non avviene per caso, come non è casuale che in questo momento – tra le tante difficoltà che le scuole si trovano ad affrontare – molti siano i dibattiti sull’inefficacia di una didattica trasmissiva in cui il docente spiega, il docente assegna compiti, il docente verifica e, dulcis in fundo, mette i voti… anche a distanza!

Che cosa succede in altri Paesi? Che parole si scelgono per descrivere la scuola durante la quarantena?

L’inglese usa da sempre l’espressione Distance Learning che il Cambridge Dictionary definisce come:

a way of studying in which you do not attend a school, college, or university, but study from where you live, usually being taught and given work to do over the internet.

Si descrive, dunque, un modo di studiare attraverso la rete, con riferimento a chi apprende: to learn significa per l’appunto «apprendere». Tale espressione, insieme a Distance Education, viene presa in prestito anche in Paesi non anglofoni.

In Francia si usano espressioni analoghe a quelle italiane, formation à distance, enseignement à distance, apprentissage à distance, ma il Ministère de l’Éducation Nationale il 20 marzo pubblica un vademecum per la Continuité Pédagogique. In questo momento di emergenza, non c’è alcun riferimento all’idea della distanza, ma piuttosto si sceglie di porre in evidenza la continuità, la connessione tra tutti gli attori della comunità educante: studenti, docenti, famiglie. L’hashtag #continuité #pédagogique rimanda all’invito del ministero a mantenere ben saldo questo legame.

Il Ministerio de Educación spagnolo il 21 marzo scorso ha aperto una pagina web dal titolo Aprendemos en casa in cui, tra le varie indicazioni, appare anche l’orario dei programmi TV erogati per ogni materia e ogni fascia d’età. La scelta di usare l’espressione «impariamo a casa» denota non solo un’attenzione per alunni e alunne ma con la prima persona plurale rinforza l’idea che comunque si impara tutti insieme.

Nulla si può rimproverare alle docenti e ai docenti italiani che in questo momento si stanno impegnando tanto per acquisire competenze tecnologiche e per raggiungere tutti i loro studenti come meglio possono. Tuttavia, è bene non dimenticare che qualsiasi percorso didattico, in qualsiasi modalità venga erogato, non può prescindere dal porre al centro l’apprendimento. Al di là delle piattaforme, delle app utilizzate, dei materiali multimediali caricati su un registro elettronico è fondamentale chiedersi che cosa può apprendere ogni studente soprattutto ora che si trova ad affrontare una situazione nuova, dolorosa, difficile.

Che cosa può rendere un apprendimento significativo ai tempi del coronavirus (e non solo)? Come si può continuare a in-segnare, nel senso di «lasciare il segno», anche a distanza?

Non ci sono risposte che possano dare certezze ma è già un grande risultato porsi queste domande, provando a modificare ogni giorno il lessico scolastico, arricchendolo di nuove sfumature e di nuovi punti di vista!

A tale proposito, suggerisco tre contributi molto interessanti in cui mi sono imbattuta negli ultimi giorni.

3 risposte a "DaD: una questione semantica (e non solo)"

  1. Pingback: La mia didattica a distanza – La ricerca

  2. Cara Valentina, è stato un piacere conoscerti e sarà un piacere seguire i tuoi post. Farò buon uso dei tuoi suggerimenti anche grazie al tuo blog!

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