A proposito di alunni “speciali”…

Si è concluso ieri un altro percorso indimenticabile con una classe terza. Dovrei definirla una classe con un’altissima concentrazione di alunni con BES l’acronimo che si usa nella normativa scolastica per gli alunni con bisogni educativi speciali, dalla disabilità, ai disturbi dell’apprendimento, per passare a tutti i tipi di svantaggio linguistico, socioeconomico etc. etc. Si prevedono moduli, certificati, documenti vari che riempiono i fascicoli personali nello schedario della segreteria e attestano scrupolosamente una lunga serie di istruzioni sottoscritte e firmate dalla scuola e dalla famiglia.

Posto che ogni alunno, a mio avviso, abbia bisogni educativi (e non solo) speciali, ciò che rende veramente speciali gli alunni che partono da una situazione diversa da quella attesa non è tanto ciò che a loro manca rispetto ai cosiddetti alunni “normali” o “standard”, quanto piuttosto la capacità di portare una ricchezza incredibile nel contesto in cui sono inseriti. Apprendere in un modo diverso significa proporre ai propri interlocutori un modo alternativo di pensare, di sentire, di vivere!

Confrontarsi con qualcosa di unico e speciale non è semplice per un docente “normale”, “standard”. I tre anni trascorsi con questa classe sono stati una palestra in cui mi sono misurata spesso con la frustrazione di non riuscire subito a ottenere dei risultati, con il senso di inadeguatezza di fronte alle molteplici esigenze degli alunni, con la paura di intraprendere strade troppo alternative che magari non avrebbero garantito il successo formativo sperato, ma sarebbero state solo oggetto di critiche da parte di un contesto scolastico tradizionalista.

Per fortuna ho potuto contare su alcuni colleghi-amici validissimi, i pochi che con me hanno condiviso questo percorso triennale, dato che la maggior parte dei docenti è cambiata ogni anno. Insieme abbiamo cercato di puntare sempre in alto, di proporre qualcosa di nuovo, di bello, di coinvolgente e di non far trapelare i nostri dubbi e le nostre incertezze perché i ragazzi diventano ciò che noi diciamo loro di essere: non devono mai perdere la stima e la fiducia di noi adulti.

Credo che questi tre anni siano stati unici. Se insegnare significa letteralmente “lasciare il segno”, i veri insegnanti sono stati i ragazzi. Loro hanno lasciato il segno nel mio percorso umano e professionale: tutti sono stati “speciali”, ciascuno a modo suo.

Oggi lascio degli studenti-modello che amano la letteratura, l’arte, il teatro, l’opera, il balletto, che sono più informati di me sull’attualità e sui temi caldi della geopolitica e dell’economia mondiale, che hanno competenze tecnologiche avanzatissime e che sono animati da una gran voglia di cambiare il mondo.

Gli esami sono stati la dimostrazione ultima che nessuno di questi alunni può essere considerato “normale”, perché persone come loro sono – ahimè! – una rarità nella cosiddetta normalità.

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